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ITALEXIT CON PARAGONE PIEMONTE 

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- GRUPPO DI LAVORO “SANITA’” ITALEXIT PIEMONTE -

02-04-2021 11:48

Italexit con Paragone - Piemonte

Notizie, Approfondimenti, Territorio,

- GRUPPO DI LAVORO “SANITA’” ITALEXIT PIEMONTE -

Il “Gruppo di lavoro Sanità” Italexit  Piemonte, costituito a gennaio 2021, ha riunito professionisti con esperienze lavorative diverse

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Il “Gruppo di lavoro Sanità” Italexit  Piemonte, costituito a gennaio 2021, ha riunito professionisti con esperienze lavorative diverse all’interno del mondo sanitario, che hanno vissuto e che vivono in prima persona la sanità conoscendone profondamente le dinamiche. Ci confrontiamo  su temi e problematiche attuali per elaborare strategie migliorative e proporre soluzioni concrete.  Il fine ultimo è agire la politica per ridisegnare la sanità partendo dalle criticità per arrivare a soddisfare i bisogni di salute dei cittadini.

Il primo mandato  è stato quello di effettuare un’analisi della gestione della pandemia COVID in Piemonte.

L’epidemia da SARS-COV2 ha inaspettatamente colto di sorpresa il Paese, stante l’esistenza di un piano pandemico datato e mai aggiornato. In Piemonte sono emerse criticità comuni alle altre regioni italiane e criticità peculiari alle realtà locali ed alle strategie dei decisori regionali.

L’attuazione della DGR 1/600 con  depotenziamento delle strutture ospedaliere delle zone rurali a favore dei grossi centri,   totale mancanza di una rete territoriale, assenza di un coordinamento tra i vari livelli per  garantire il continuum delle cure, ha amplificato in regione gli effetti della pandemia facendo emergere, amplificate,  tutte le criticità organizzative presenti da tempo.

L’Unità di Crisi Regione Piemonte – Istituita con DPGR 22 febbraio 2020 nr. 20, che avrebbe dovuto dare attuazione al piano pandemico e coordinare Ospedali, territorio e SISP ha dato evidenza di totale incapacità di intervento. I pazienti sintomatici sono stati abbandonati a domicilio per settimane, senza possibilità di essere visitati, in condizioni di estrema difficoltà nell’ottenere di essere sottoposti a tampone, senza alcuna indicazione sulla gestione dei famigliari.

A fronte della mancanza di una rete territoriale l’unità di crisi ha dimostrato l’incapacità nel coordinamento delle risorse presenti ed altresì l’incapacità di proteggere le categorie più fragili con diffusione dei contagi nelle RSA.

Non sono stati elaborati protocolli operativi  per la gestione clinica dei pazienti e per le misure da attuare per il contenimento della diffusione dell’infezione, nonostante le numerose segnalazioni dei Sanitari operanti sul territorio. A fronte di questo vuoto è stato soltanto grazie allo spirito di servizio dei medici se sono stati elaborati protocolli terapeutici locali, basati sulle poche evidenze scientifiche disponibili, sull’esperienza ed aggiornati in itinere.

A fronte della mancanza di disposizioni da parte degli organi centrali sui percorsi gestionali intraospedalieri e territoriali in Piemonte ciascuna Azienda ha attuato misure locali che, inevitabilmente, hanno richiesto tempo per essere elaborate, con ulteriore diffusione dei contagi. Solo il 27 aprile 2020, a due mesi dall’inizio della pandemia, e quasi al termine della prima ondata,  l’Unità di Crisi ha creato i Gruppi di Lavoro di Supporto Tecnico per l’elaborazione dei percorsi per specialità, che peraltro NON hanno prodotto alcunché.

A fine febbraio 2020, gran parte dei direttori di SC degli ospedali piemontesi hanno ricevuto dalla propria Direzione Sanitaria Aziendale ordine di non utilizzare le mascherine e di vigilare che non fossero utilizzate dal personale, “per non spaventare i pazienti”. In realtà i Sanitari hanno immediatamente capito che la misura era atta a coprire la mancanza dei presidi necessari.

Il personale sanitario ospedaliero è stato pertanto mandato in guerra senza protezioni, con l’effetto disastroso della propagazione dell’infezione fra medici ed infermieri e ulteriore sottrazione di unità all’attività clinica già cronicamente depauperata di risorse.

Anche a livello territoriale i Medici di Medicina Generale (Medico di famiglia) sono stati abbandonati senza presidi ed hanno pagato il prezzo più alto a livello europeo in termini di mortalità.

I tamponi sono stati eseguiti ad una bassa percentuale di sintomatici con importante sottostima dei contagi o sono stati eseguiti dopo settimane dall’inizio dei sintomi, quasi mai eseguiti sui contatti, con ulteriore diffusione del virus. La continua mancanza dei reagenti necessari alla processazione dei tamponi ed il ritardo nell’inserimento dei risultati sul portale hanno determinato ritardi inaccettabili nella comunicazione dei risultati ed in definitiva dell’avvio delle cure.

Sospensione dell’attività ordinaria medico chirurgica - sono stati chiusi gli ambulatori e sono state sospese le sedute operatorie elettive, chiusi interi reparti di degenza e trasformati in reparti Covid, talvolta anche interi ospedali. Non sono stati previsti per mesi percorsi per le patologie croniche, considerate non urgenti. La mancanza di sorveglianza attiva e follow-up ha determinato un aumento di riacutizzazioni delle patologie croniche con criteri di gravità che non si verificavano da decenni. Per ciò che concerne la cardiopatia ischemica, seconda causa di mortalità nel mondo occidentale, la mancata sorveglianza ed il mancato accesso in DEA dei pazienti con sintomi cardiologici ha fatto triplicare la mortalità per infarto miocardico, annullando i benefici di vent’anni di campagne educazionali.

Autopsie - Il 10 aprile, su 70 riscontri autoptici eseguiti (Sacco di Milano e Papa Giovanni BG), venivano evidenziati trombi a livello del circolo polmonare, risultando essere le microtrombosi e non già le polmoniti la causa dei decessi. A fronte dell’importanza dei riscontri autoptici, ai fini del corretto inquadramento fisiopatologico e della conseguente terapia, il Governo, con circolare 8 aprile prot. 12302 del Ministero della Salute, ne ha sconsigliato l’esecuzione. Tale misura è stata ripresa espressamente nella circolare prot. 0015280 del 2 maggio 2020, in cui si è stato ribadito “per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati di Covid19”. Questa misura configura una grave responsabilità nel ritardo con cui, in seguito alla corretta interpretazione dei meccanismi fisiopatologici dell’infezione, è stata attuata la terapia adeguata, con netto miglioramento dell’outcome dei pazienti.

A fronte di questo quadro desolante in alcune realtà virtuose (ad esempio Asl AL, Ovada), sin dal mese di marzo, sono stati attuati dei progetti di gestione domiciliare dei pazienti, con inizio precoce della terapia con Idrossiclorochina, ottenendo una significativa riduzione delle ospedalizzazioni e della mortalità. Tali protocolli sono stati messi a disposizione delle Autorità centrali, che tuttavia li hanno fatti propri soltanto in settembre, vanificando completamente il senso dell’approccio precoce all’infezione.

 

In conclusione la pandemia ha fatto emergere l’inadeguatezza di un sistema sanitario disegnato sul profitto e non sull’individuo. Negli anni ‘80 il sistema sanitario italiano era considerato il migliore al mondo, la successiva trasformazione che ha portato all’aziendalizzazione con gestione  delle risorse a livello regionale utilizzando il sistema di budget ha generato disequilibri che sono esplosi in modo drammatico con l’emergenza COVID.

Il peccato originale dei decisori è stato pensare di poter gestire un bene, il cui valore è distante anni luce dal peso economico delle prestazioni necessarie a garantirlo, con i meccanismi gestionali dell’industria.

Anni di depotenziamento, di gioco al risparmio, di disinvestimenti nella ricerca hanno disegnato una sanità in cui l’individuo è diventato un appendice e non il fulcro del sistema.

La mancanza di un continuum nelle cure con centri di eccellenza che erogano prestazioni ad elevata complessità completamente scollegati dal territorio e dalle realtà periferiche ha reso di fatto inattuabile la presa in carico dei pazienti, in particolari degli anziani, fragili  e con patologie croniche.

E’ nostro preciso dovere   partire da qui per ridisegnare un sistema sanitario inclusivo, in cui il paziente torni ad essere al centro dando ai medici ed agli operatori sanitari gli strumenti per lavorare con dignità a beneficio della collettività.

 

Dott.ssa Maria Elena Rovere, coordinatore Gruppo Sanità Italexit Piemonte

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